CON I POLIFENOLI PIÙ LONGEVITÀ IN BUONA SALUTE


Giovanni Scapagnini

Il raggiunto stato di benessere e le scoperte della scienza e della medicina hanno via via aggiunto anni all'aspettativa media di vita delle persone. E questa è una notizia positiva.

Il problema è che esse invecchiano male: vivono più a lungo, ma sono più malate. E si tratta di patologie cronico-degenerative, dall'Alzheimer al cancro, dai problemi cardiovascolari al diabete, solo per fare alcuni esempi.

Oggi sappiamo che un elemento comune a tutte queste patologie è una disregolazione dei processi infiammatori. Il conclamarsi di una malattia è solo l'ultimo anello di una catena iniziata molto prima (spesso anni) e molto internamente, a livello cellulare dove a un certo punto si è innescata una infiammazione silente (cioè non percepita e non percepibile) che la nostra biochimica, per vari motivi, non è riuscita a circoscrivere e controllare. Perché in effetti questa infiammazione si può sorvegliare e contenere. In modo efficace e facile.

La letteratura medica oggi è concorde sul fatto che ciò che mangiamo ha una relazione diretta con la nostra salute. Purtroppo a livello generale c'è ancora poca conoscenza in merito all'alimentazione sana e tutto è ridotto a un discorso (spesso fuorviante) di calorie, quando invece sarebbe meglio conoscere come si comporta nel nostro organismo ciò che ingeriamo.

È quanto ho fatto con gli abitanti dell'Isola di Okinawa, a sud del Giappone, dove si registra il maggior tasso di longevità al mondo e, per di più, senza le malattie della senescenza. La loro alimentazione apporta un altissimo tasso di omega-3 (pesce e alghe), una bassissima quantità di carboidrati ad alto indice glicemico (pasta, pane e riso) e una notevole quantità di polifenoli (sostanze presenti nei vegetali e nel tè verde, che consumano in abbondanza).

È possibile che queste sostanze siano in grado di interferire sulla qualità dell'invecchiamento? Si tratta di una domanda che presuppone un radicale cambio di prospettiva sulla tavola: gli alimenti non vanno più visti come fonte di energia o di materia, ma come fonte di "segnali". Sarebbero (anzi: sono) sostanze in grado di "dialogare" con i ricettori delle nostre cellule, cambiando – di conseguenza – l'espressione dei nostri geni direttamente collegati con la sopravvivenza delle cellule stesse, con la sopravvivenza dei tessuti e, di conseguenza, con il benessere dell'intero organismo.

Si accennava, sopra, alla disregolazione dei processi infiammatori. Questa alterata capacità di controllare l'infiammazione è spesso legata a un rapporto sbilanciato tra acidi grassi polinsaturi. Uno squilibrio che si può compensare con l'apporto abituale nell'alimentazione di omega-3 (che è proprio l'acido grasso carente, alla base dello scompenso).

Altre sostanze potentissime nel "dialogo" cellulare sono i polifenoli, presenti in frutta e verdura: la ricerca scientifica sta validando conclusioni davvero avvincenti sulla loro azione. Essendo sostanze antibatteriche, come primo impatto sono modulatori della qualità della nostra flora batterica. E questo è un parametro importante, perché è sempre più alla base di alcuni tipi di patologie, come l'obesità o alcune malattie di tipo metabolico. Ma la loro azione è anche molto più profonda: sanno agire sui meccanismi di trascrizione, cioè quelli alla base dell'espressione dei geni. Toccare questi meccanismi significa cambiare il destino della cellula, in termini di sopravvivenza, di gestione dell'infiammazione, di metabolismo e additittura, di proliferazione. Sono degli "allenatori" della qualità della vita delle nostre cellule.

A livello cardiovascolare, per fare un esempio, sappiamo che la delfinidina (un sottogruppo di polifenoli, presente nei frutti di bosco e, in concentrazioni elevatissime, nel maqui) è un potente inibitore dell'ossidazione dell'Ldl e un efficace antiaggregante della trombina (quindi, riduce il rischio della formazione di trombi). Interessante, in tal senso, uno studio americano, pubblicato pochi mesi fa sulla rivista Circulation, che ha dimostrato come tre semplici porzioni a settimana di frutti di bosco riducano il rischio di infarto del 32 per cento.

In Giappone, invece, hanno accertato che le delfinidine proteggono dai danni di sovraesposizione alla luce, che è uno dei problemi dell'invecchiamento della parte neurale della retina. Risultati interessanti sono attesi anche da una ricerca in corso in Italia presso il consorzio inter-universitario Sannio Tech: si tratta del primo lavoro clinico – in doppio cieco, randomizzato e controllato verso placebo – sviluppato con il maqui. Si sta lavorando sull'azione antiossidante e antinfiammatoria, avendo a disposizione moltissimi biomarcatori di stress ossidativo. I primi dati, anche se molto interessanti, al momento indicano solo un trend, perché lo studio è tuttora in atto. Ma una conclusione si può già delineare: la nutrizione è sicuramente il pilastro della gestione della salute nel prossimo futuro e lo fa attraverso la modulazione dell'infiammazione silente nelle cellule.

 

Il Sole24Ore 25 Mar. ’14